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Il Cinipide a Sicignano: vittoria della vita
19 Novembre 2016 -

“dopo molti anni in cui le pendici orientali degli Alburni apparivano, dalla vista di Sicignano, come un’area devastata da una grigia ed angosciante calamità naturale, quest’anno, finalmente, è possibile godere di tutta la bellezza e la vitalità tipiche d


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Attualmente:dopo molti anni in cui le pendici orientali degli Alburni apparivano, dalla vista di Sicignano, come un’area devastata da una grigia ed angosciante calamità naturale, quest’anno, finalmente, è possibile godere di tutta la bellezza e la vitalità tipiche di questa zona restituita adesso alla vita”.
Le vicende dei castagneti: dal limite del Cinipide alla forza della Natura
 
Sicignano degli alburni (SA)  22/06/2014

Sulle tracce dell’Entanglement:
Immunoprofilassi attiva intraxilematica per endoterapia
con diffusione a distanza
di fattori di resistenza al Cinipide, tramite entomofilia e
tramite biorisonanza elettromagnetica
(“Castanea Diva”)
 
Salvatore Rainò
Medico Chirurgo
Specialista in Allergologia ed Immunologia Clinica
Specialista in Medicina Interna
Omeopata Unicista Hanemanniano LUIMO
Ricercatore Bioenergetico – PIRTSI
(Polo Inventivo per la Ricerca Tecnologica e lo Sviluppo Innovativo)
Laboratory for Medical Research in the bio-energetic sector
Via Gemona 15 – 70022 Altamura (BA) Italy – Website: salvatoreraino.com

 
Riassunto e scopo della ricerca
 
In un area devastata dal problema del Cinipide del Castagno, è stata applicata una metodica sperimentale innovativa nell’intento di indurre nelle piante una resistenza che potesse contrastare la malattia. I risultati, assolutamente straordinari e immediati, anticipano un nuovo modo di intendere gli interventi in natura e in agricoltura e pongono una serie di domande alle quali occorre rispondere per non perdere un appuntamento importante con l’evoluzione scientifica nel terzo millennio.
 
Introduzione, situazione e stato dell’arte
 
Questo studio si riferisce ad una singolare vicenda sperimentale svoltasi in Italia, Campania, nella Provincia di Salerno, in un’area di rilevante interesse naturalistico, denominata Parco Nazionale del Cilento e dei Monti Alburni. Questa è l’area dei Monti Alburni, la cui vetta raggiunge ben 1.742 m sul mare. L’esperimento è stato condotto all’interno della proprietà di due castagneti vicini tra loro, con la collaborazione dei rispettivi proprietari: i Sig.ri Luigi Mandia, Mario Mandia, Di Palma Giosuè e Di Palma Luigi, nell’area di Sicignano. La metodica sperimentale è stata introdotta in campo nella prima decade di marzo del 2014 dal Dr. Salvatore Rainò, con i suoi collaboratori, Lorenzo Palazzo, Tina Calia, Nicola Paradiso, all’interno delle attività della “Palazzo Rainò s.r.l.”
 
L’economia locale storica della zona dei Monti Alburni è fortemente incentrata sulla castanicoltura. A Sicignano, a più di 600 metri sul livello del mare, la coltivazione e la lavorazione delle castagne, in tutte le sue fasi, è la pricipale attitività che tradizionalmente assorbe la popolazione del luogo che, per questo motivo, ha notevole dimestichezza nell’argomento. Varie migliaia di ettari di castagneto si stendono, affacciati al versante orientale, lungo la dorsale dei complessi montuosi degli Alburni che si sviluppano in diagonale in direzione Nord-Ovest Sud-Est, guardando i Comuni di Postiglione, Sicignano e Petina.
Negli ultimi cinque anni, in seguito al dilagare progressivo ed inesorabile dell’infestazione da Cinipide, i castagni versano in condizioni critiche, fino a sfiorare l’assenza di qualunque produzione di castagne in molte delle aree comprese in questo territorio.
 
Il Cinipide galligeno del castagno, Dryocosmus kuriphilus Yasumatsu, è un piccolo imenottero considerato uno degli insetti più dannosi per il castagno.
La specie, molto diffusa in Asia e negli Stati Uniti, dove molti Castagni sono resistenti, è stata ritrovata per la prima volta in Piemonte, in provincia di Cuneo, nel 2002.
Danni, oltre che in Piemonte, sono stati rilevati nel Lazio e la presenza di questo imenottero è stata segnalata nel mese di Aprile del 2008 anche in Campania, provincia di Avellino e Salerno.
I danni che compie l’insetto sono molto evidenti: provoca la formazione di galle, cioè ingrossamenti di varie forme e dimensioni, a carico di gemme, foglie e amenti del castagno.
Un forte attacco di quest’insetto può determinare un consistente calo della produzione, una riduzione dello sviluppo vegetativo e un forte deperimento delle piante colpite.

Lotta al Cinipide

La lotta biologica al cinipide del castagno viene attuata mediante siti di rilascio in pieno campo di Torymus sinensis Kamijo ottenuti da aree di moltiplicazione.
Il Torymus sinensis Kamijo è un imenottero, parassitoide larvale del Cinipide del castagno (Dryocosmus kuriphilus ). Esso compie una sola generazione all’anno (come il Cinipide) e la popolazione è costituita sia da maschi che da femmine. L’adulto sfarfalla in primavera dalle galle secche presenti sul castagno. E’ un insetto di circa 2,5mm di lunghezza, ha il corpo di un colore verde metallico e zampe giallastre. La femmina si distingue chiaramente dal maschio per la presenza dell’ovopositore.

Il T. sinensis
inizia a sfarfallare dalle galle invernali tra fine marzo e prima settimana di maggio (a seconda dell’andamento climatico), si nutre di sostanze zuccherine e ha una vita media di circa 25-30 giorni, nei quali si dovrà accoppiare per poter dare vita alla generazione successiva.
Le femmine accoppiate potranno così deporre fino a 70 uova all’interno delle galle appena formate. Le femmine devono necessariamente accoppiarsi, in caso contrario, esse andranno comunque ad ovideporre nelle galle ma gli individui che sfarfalleranno l’anno successivo saranno solamente maschi. Ciò porterà alla morte della popolazione di Torymus sinensis e al fallimento dell’introduzione del parassitoide.
Le uova sono deposte sul corpo del Cinipide o comunque all’interno della cella larvale, in questo modo la larva ectoparassita del T. sinensis si nutre della larva del Cinipide. Il parassitoide si impupa durante l’inverno all’interno della cella larvale (nella galla ormai diventata secca) per diventare adulto in primavera e sfarfallare ricominciando il suo ciclo biologico.
Le ricerche fino ad oggi condotte dimostrano che T. sinensis è un parassitoide specifico del cinipide del castagno, vale a dire che il D. kuriphilus è il suo unico ospite ed è stato ottenuto solo da galle di castagno.
Questo tipo di approccio però non offre certezze sul futuro, a causa delle variabili numerose in gioco, del numero di anni necessari per ottenere una tale diffusione dell’agente antagonista da essere sufficiente a controllare il Cinipide e a causa delle perplessità circa il destino ultimo nel futuro per l’introduzione forzata di un elemento che in fondo è soltanto una scelta costretta dell’uomo.
 
Un altro metodo per indurre l’essiccamento delle galle sembrerebbe essere l’introduzione nell’ecosistema della spora fungina di Gnomoniopsis, ma anche questo meccanismo non è tutt’ora definitivamente chiarito e richiede, anch’esso del tempo per poter essere diffuso e studiato nella sua eventuale efficacia, ma anche nel destino ultimo del suo diffondersi ad opera, anche in questo caso, dell’intervento dell’uomo. Infatti, notoriamente, questo agente fungino è responsabile di un’altra malattia dei castagneti, detta “marciume delle castagne”, la quale non è meno problematica.
 
Nella zona degli Alburni, sono stati effettuati alcuni lanci di Torymus effettuati (a Postiglione,  a Sicignano e a Petina), che però non avrebbero potuto garantire  già dei risultati così evidenti  e diffusi, dato che, ancora l’anno scorso, la situazione del danno da Cinipide ha raggiunto livelli di estrema gravità, secondo quanto si può evincere dalla testimonianza della popolazione locale. Per quanto riguarda l’applicazione del metodo con le spore fungine, non risulta che sia stato lanciato un intervento specifico nella zona. Risulta infatti che la diffusione della colonizzazione dal Torymus procede per raggi di 300 metri dal sito di lancio.
 
L’osservazione ultima dei tratti boschivi coltivati da secoli a castagneto ha permesso ormai di porre in evidenza segni di sofferenza ingravescente caratterizzati da ritardo della vegetazione delle piante nel periodo primaverile-estivo, presenza di vistose “galle”, indice della massività dell’insetto infestante, estrema rarefazione del fogliame con incapacità delle piante a garantire la nutrizione linfatica delle chiome e quindi lo svolgimento del normale ciclo produttivo tipico della pianta di castagno. Tutto ciò è confermato dai racconti della popolazione locale e dei loro “rappresentanti”, nella persona dei proprietari che hanno concesso di eseguire la sperimentazione all’interno del loro castagneto.

Dai racconti delle persone, si evince che, con il passare degli anni, tali fenomeni si sono resi sempre più evidenti in tutta la propria gravità, lasciando i coltivatori della zona inermi di fronte ad una vera e propria calamità naturale di cui è difficile capire le profonde ragioni.
 
Da lontano, le aree ricoperte dagli alberi di castagno apparivano ormai depauperate del loro rigoglio caratteristico che, nella stagione estiva, conferiva un colore verde intenso a tutte le pendici delle montagne degli Alburni. Nelle altre stagioni, ormai sussiste una coloritura grigio-bruna che denuncia il forte danno delle chiome degli alberi dovuto all’azione spoliante della malattia e che non consente lo starter vegetativo.
 
Nei periodi vegetativi che hanno preceduto l’applicazione della metodica sperimentale, un esame ravvicinato delle piante, nel periodo di vegetazione estiva, ha consentito di apprezzare il diradamento foliare, la presenza inquietante delle galle con il loro colorito giallo-rossastro tipico del periodo in cui dovrebbe esservi una netta presenza di ricci di castagne che invece scarseggiano sempre di più, piegando l’economia della zona che ormai è in seria crisi per questo motivo.

Materiali e metodi
 
Nella prima decade di marzo del 2014, è stata applicata ad una ventina di alberi la metodica registrata sotto il nome e il logo di seguito riportati:
 
“Castanea Diva” del Dr. Rainò


Dr. Rainò Ideas ®

 

Immunoprofilassi attiva intraxilematica per endoterapia
con diffusione a distanza
di fattori di resistenza al Cinipide, tramite entomofilia e
tramite biorisonanza elettromagnetica

Talvolta, le piante non riescono a liberarsi di una malattia perché non riescono ad elaborare una risposta tale da debellarla. Inutili o addirittura dannosi possono essere gli interventi con fitofarmaci che tenterebbero, dall’esterno, di modificare favorevolmente la situazione, ma praticamente senza riuscirci.

Uno di questi casi è rappresentato dall’infestazione del castagno da parte del Cinipide galligeno, agente patogeno che sta arrecando un danno incalcolabile alla castanicoltura.

“Castanea Diva” è il nome di una forma di Immunoprofilassi attiva intraxilematica per endoterapia ideata dal Dr. Salvatore Rainò, una metodica sperimentale destinata ad ottenere lo sviluppo di immunità attiva nelle piante arboree nei confronti di un agente patogeno che arreca molestia e di cui le piante non riescono a liberarsi. Tale metodica, una volta stimolata la pianta a produrre la propria risposta autonoma per contrastare la malattia, pone la pianta stessa nelle condizioni di trasmettere, tramite impollinazione, un fattore di resistenza ad altre piante nelle stesse condizioni, sulla base di meccanismi di risonanza biologica.

La metodica viene applicata, per la prima volta, a piante di castagno infestate dal Vespide Cinipide galligeno, agente patogeno che procura la formazione di galle sui rami degli alberi di Castagno, con grave sofferenza della pianta e notevole riduzione della sua vitalità, quindi calo estremo del numero della qualità e della quantità delle castagne raccolte. Lo stesso modello può essere applicato in altre situazioni patologiche, fermo restando il concetto secondo il quale si stimola l’immunità specifica della pianta.

Il metodo si serve dell’allestimento di un vaccino che, nel caso del Cinipide, viene allestito, secondo una procedura complessa, in segreto industriale, partendo da determinanti antigeniche ottenute dal Vespide in questione, che viene poi iniettato con tecnica endoterapica al di sotto della corteccia, nello strato chiamato “libro” che contiene la rete linfatica ascensionale degli alberi definita “xilema”.

Il rationale consiste nel presentare al sistema immunocompetente della pianta un profilo immunogenetico più valido e stimolante del Cinipide, le cui uova si sviluppano in larve all’interno delle gemme che poi si trasformano in malformazioni a carattere escrescente dovute alla proliferazione delle cellule vegetali della pianta stessa (galle). Infatti, il ciclo biologico del Cinipide prevede la deposizione delle uova all’interno delle gemme, ma queste sono costituite dagli abbozzi dei rametti e delle foglioline della successiva vegetazione ed accolgono le uova negli spazi tra queste formazioni.

L’interpretazione scientifica avanzata dal Dr. Salvatore Rainò consiste nel ritenere che, senza che vi sia una presentazione antigenica effettiva al circuito biologico della pianta e non permettendo dunque di porre in essere le difese bioumorali tali da consentire l’eradicazione del parassita, si assiste inermi allo sviluppo delle larve che poi si trasformano in insetti alati e continuano il ciclo biologico. L’insetto usa la pianta, senza farsi davvero riconoscere!

L’immunoprofilassi endoterapica consente di introdurre le determinanti immunizzanti che normalmente restano fuori del torrente circolatorio e di creare una “conoscenza” immunologica capace di determinare una reazione propria della pianta.

La metodica non introduce alcuna sostanza farmacologica (l’endoterapia con prodotti fitoterapici è vietata negli alberi da frutto, specialmente nella fase dell’infiorescenza, in cui si ucciderebbero anche molti altri insetti che accedono ai fiori).

Si ribadisce che la immunoprofilassi intraxilematica mira soltanto a consentire lo sviluppo di una immunità specifica nei confronti del parassita e che ciò, in condizioni normali, non accadrebbe spontaneamente in natura, in questo genere di infestazione, motivo per cui le piante non riescono a guarire ed interrompere il ciclo biologico del Cinipide.
A conferma della congruenza di tale modello sperimentale proposto, occorre osservare che in modelli spontanei in natura, anche in ambito medico, si ottengono risultati positivi in gravi situazioni patologiche, ogni qualvolta subentri una superstimolazione antigenica che risulta in grado di risolvere la malattia (per esempio Bacillo di Calmette Guerin). Per quanto riguarda le piante, è interessante prendere atto che gli alberi più anziani dimostrano di sapersi opporre in modo nettamente superiore alla malattia che, invece, risulta molto aggressiva per le piante giovani, come se l’età conferisse una maggiore esperienza immunocompetente nei confronti della specifica noxa patogena.

L’immunoterapia viene somministrata alla pianta tramite iniezioni di un vaccino costituito grazie a metodiche di tipo omeopatico e praticato con aghi e macchine per endoterapia vegetale direttamente all’interno del tronco dell’albero nell’ambito di pochi secondi, nel periodo che precede di almeno due mesi la ripresa vegetativa e quindi l’espressione della malattia franca.

In adeguate condizioni, è possibile che la modificazione biologica utile indotta dalla metodica nella pianta trattata sia trasmissibile a distanza ad altri individui, soprattutto della stessa specie, probabilmente per via dell’impollinazione, ma non possono essere esclusi fattori di sintonizzazione a distanza di vario genere che garantiscano la diffusione di informazioni biologiche tra le piante, anche giungendo ad ipotizzare la teoria fisica dell’Entanglement”.

Risultati e conclusioni

Già agli inizi di maggio 2014, nel corso di un sopralluogo ispettivo, gli alberi trattati si differenziano totalmente dalla moltitudine degli altri alberi. Infatti, mentre la totalità di questi appare assolutamente silente e priva di qualunque segno di ripresa vegetativa, gli alberi trattati risultano già con molte foglie sulle chiome e con una rada presenza di galle di piccole dimensioni, che però non appaiono disposte nel contesto delle foglie, come invece facilmente accade in condizioni di malattia conclamata.

Nella seconda decade di maggio, un altro sopralluogo nel territorio sottoposto a sperimentazione, sempre alla presenza dei proprietari dei castagneti trattati, testimoni delle procedure di trattamento, ma anche garanti della estrema difficoltà sempre più evidente della situazione castanicola che lasciava prevedere in questa stagione una prognosi severissima, si sono resi manifesti dei risultati a dir poco sconvolgenti per la loro imprevedibilità, la loro eclatanza e l’importanza per il futuro agricolo-forestale ed economico della meravigliosa area dei monti Alburni.

Nei giorni a seguire, anche gli altri alberi gradatamente manifestano simili comportamenti, ma gli alberi trattati, che si erano avviati prima, lasciano apprezzare una presenza modesta del numero di galle che poi sono andate incontro a imbrunimento ed avvizzimento e rapida tendenza alla caduta spontanea per la morfologia peduncolare della loro base di impianto alle strutture arboree. Le galle di quest’anno sono anche molto diverse da quelle degli anni precedenti, in quanto mentre le galle erano collose e difficilmente si staccavano dagli alberi, adesso sono di consistenza friabile e anche per questo motivo, dopo poche settimane, cadono avvizzite. Una superficie di sezione delle galle lascia intravedere una o due pupe di Cinipide, a fronte di un numero molto più alto negli anni precedenti. Nei prossimi giorni, sarà interessante vedere il destino di queste pupe. Comunque un eventuale sfarfallamento sarà di proporzioni enormemente più basso che nel passato e viene facile pensare che, forse, le pupe non avranno la forza di completare la propria metamorfosi e gli insetti potrebbero non avere la capacità di riparassitare le gemme nuove delle piante e quindi di perpetuare il ciclo biologico dell’infestante.

Questo fatto è assolutamente nuovo, in quanto, negli anni scorsi, nello stesso periodo, le galle, lungi dal seccarsi e regredire, avanzavano rapidamente per dimensioni, diventando rosse come ciliegie e ponendo in seria difficoltà le piante. La fenologia dell’intera area che contorna le piante trattate si attesta progressivamente sulle stesse caratteristiche e le foglie, come negli alberi trattati, non risultano interessate dalle galle e pertanto sono molto sane e paiono fungere perfettamente da intenso sito di fotosintesi a garanzia di un trofismo elevato degli alberi, come non si vedeva da molti anni. Un notevole numero di fiori riempie le chiome, a conferma che, quest’anno, le previsioni sul raccolto sono improvvisamente ed inaspettatamente stravolte rispetto alla prognosi che era stata emessa.


Lo sviluppo progressivo delle stesse caratteristiche fenologiche gradualmente interessa tutti gli alberi della zona (anche quelli non trattati più distanti), con una diffusione estesissima di tale miglioria per vari chilometri attorno all’epicentro di applicazione del metodo. Un vero “terremoto” di energia di cambiamento che si irradia dal sito di esperimento. Tali aspetti rassicuranti e ormai da tempo dimenticati dalle popolazioni locali, sembrano attenuarsi dopo circa tre chilometri, lasciando spazio ugualmente ad un’immagine di netta miglioria rispetto al passato prossimo, ma tuttavia non decisamente marcata come è possibile vedere nelle aree entro i primi chilometri attorno al sito di trattamento. In termini pratici, allontanandosi dagli alberi trattati con la metodica innovativa, ad esempio verso Petina, più a Sud, o verso Postiglione, più a Nord nella catena degli Alburni, si ha l’attenuazione dei successi.

In relazione alla posizione delle galle rispetto alle strutture anatomiche degli alberi, è nettamente evidente che, allontanandosi verso la periferia delle aree in cui è stato fatto l’intervento, le galle tendono ad assumere una collocazione differente, per cui si spostano dai ramoscelli prefoliari per manifestare una tendenza più aggressiva, impiantandosi sul corpo delle foglie stesse e con una base di impianto maggiore, che denuncia una difficoltà della pianta ad isolare le galle per liberarsene. Tale slittamento posizionale è verosimilmente responsabile della diversa entità di danno globale all’economia funzionale della pianta stessa.

Infatti, le galle all’interno delle foglie compromettono maggiormente le funzioni linfatiche e, determinando un corrugamento ed un rimpicciolimento delle foglie stesse, deteriorano lo sviluppo degli alberi e riducono in modo evidente il numero di fiori e quindi il destino produttivo della coltivazione. Tale collocazione delle galle è più evidente guardando gli alberi dal basso verso l’alto, in quanto le galle intaccano il versante ventrale delle foglie.
Il fatto eclatante è che le piante trattate sono partite prima con la loro vegetazione, che abbiano manifestato caratteristiche assolutamente differenti da quelle attese sulla scorta dell’andamento della malattia negli anni precedenti, che tali caratteristiche siano poi passate agli alberi non trattati come se un fattore misterioso avesse trasmesso delle informazioni dalle piante trattate a tutte le altre, anche a distanze davvero ragguardevoli. Ripeto: le piante trattate hanno dimostrato, per prime, segni di differenziazione fenologica non altrimenti spiegabili.

Il modello sperimentale, nell’estrinsecare esattamente i risultati auspicati dalla sperimentazione, non lascia molto spazio a letture che rendano la natura degli ultimi fenomeni estranea al trattamento stesso. Una tale immediatezza e straordinarietà  non è attribuibile, per il momento, ai lanci di Torymus che le Istituzioni si sono prodigate  di intraprendere e che richiedono ancora anni, per poter garantire risultati soddisfacenti.
L’esperimento pone molte domande sulla precisa dinamica che si sta realizzando, ma comunque lascia intravedere, finalmente dopo vari anni, un raccolto proficuo anche se non massimale.

Domande.

Quale fattore di trasmissione è in gioco?

L’acquisizione della resistenza alla malattia da parte delle piante trattate in quale modo è stata trasferita alle altre piante?

In che ragione la distanza dal nucleo logistico di trattamento delle piante “pilota” rende alla fine meno eclatanti i risultati di indubbio significato migliorativo?

Una nota osservazionale degli ultimi giorni è che, da quando sono spuntati i fiori, il fenomeno prognostico favorevole ha assunto carattere esponenziale, come se questi ultimi fossero in gioco direttamente con l’estrinsecarsi del cambiamento.

Però, parlare di fiori… rimanda ineluttabilmente al discorso dell’impollinazione che, per il Castagno, è di tipo prevalentemente entomofilo e scarsamente anemofilo.Quindi occorre parlare di Api, che, nella zona degli Alburni trovano una felice collocazione per un ecosistema che tuttora vede una loro presenza abbondantissima in numero di miliardi di individui, grazie alle infinite famiglie di questi insetti facilmente apprezzabili nella vegetazione autoctona. Trattasi di una vera e propria “ricognizione aerea”, paragonabile nella sua globalità a molti voli di Hercules C 130, impegnati nella diffusione di un “qualcosa” su una vasta estensione di castagneti.

Nella situazione geografica degli Alburni, grazie alla presenza delle catene montuose, lungo le cui dorsali orientali si stendono la maggior parte dei castagneti, si assiste anche ad una fortunata situazione in cui le api, nel loro tragitto aereo riescono facilmente a tenere una traiettoria lineare per lunghe distanze, orientando il volo lungo gli argini altimetrici rappresentati proprio dalle montagne stesse che si sviluppano sino a quasi duemila metri. In questo modo i castagneti che si estendono per vari chilometri sono verosimilmente perlustrati in lungo e largo, attraverso la fascia che si affaccia dall’alto sul versante di Sicignano e diventano una vera e propria pista ove le Api svolgono una intensa attività.

Come si può ricavare da diversi lavori di Letteratura sul DNA, è possibile che la catena policromatidica di tale molecola funzioni esattamente come un microchip, con funzioni di trasmissione a distanza di informazioni elettromagnetiche, cui sarebbe possibile riconoscere anche un ruolo di modulazione di funzioni a distanza, sia in animali che in piante.

Sulla base di tale teoria, proviamo a considerare che la struttura che costituisce i pollini è esattamente DNA e che i pollini stessi oltre a svolgere la funzione di gameti, per assicurare la fecondazione eterogamica, possano svolgere il compito di trasportare a distanza vere e proprie informazioni, consentendo a più alberi di “accordarsi” sulle stesse “frequenze” anche a diversi chilometri di distanza, con l’ausilio dei vari mezzi di diffusione pollinica, il vento, ma soprattutto gli insetti, le Api che, come già detto, possono allontanarsi anche di molti chilometri (in uno studio, per esempio, 13 chilometri) in ogni direzione attorno ad un centro dal quale partissero i loro voli.

Consideriamo ora che il trattamento di immunoterapia “Castanea Diva” praticato sui pochi alberi-pilota abbia indotto una trasformazione ed una “capacitazione” delle risposte biologiche all’attaco del Cinipide e che, in questo modo, abbia creato una vera e proria resistenza autonoma all’interno di queste piante. Tale caratteristica è letteralmente trasfusa all’interno del materiale pollinico resosi disponibile all’impollinazione tramite una quantità enorme di fiori resi disponibili dagli alberi-pilota.

Le Api raccolgono il polline in questione, che viene veicolato a distanza e quindi copre aree molto estese, deponendo non solo gameti, con funzione riproduttiva, ma veri e propri microchip, micro circuiti risonanti, con un vero e proprio segnale che pone in risonanza le strutture biologiche degli altri alberi e consente loro di “accordarsi” nella sintesi di fattori di resistenza al Cinipide.

A sostegno di tale ipotesi, si profilano fortemente suggestivi i dati in relazione alla distanza dall’epicentro sperimentale, ove la metodica è stata applicata, che dimostrano un miglioramento della condizione degli alberi che li ha riportati a standard di vari anni prima (fatto assolutamente non prevedibile) anche soltanto pochi mesi fa. Tale miglioramento è nettissimo in prossimità degli alberi trattati, ma si attenua progressivamente sino quasi a sparire, allontanandosi in direzione centrifuga di qualche chilometro.

Tuttavia, col procedere delle osservazioni nei giorni ancora successivi, l’esame anche di tali aree distanti lascia intravedere delle modulazioni verso caratteristiche più proficue, come se tali aree, con ritardo, ma sembrano ugualmente destinate a processare le Galle in modo più efficace per l’economia delle piante.

Le osservazioni in campo di questo studio sperimentale sono talmente innovative, se non uniche nel loro genere, che non è possibile rifarsi a punti di riferimento dello stesso genere noti in Letteratura. Per tale motivo, nello svolgimento del testo, si è preferito non citare direttamente lavori scientifici precisi, pur essendosi presa cura di raccogliere in bibliografia un certo numero di pubblicazioni che sottendono globalmente alcuni degli argomenti teorici che rendono razionale il presente studio, il quale, a sua volta, sembra aver confermato in campo, con l’evidenza dei fatti, gli stessi argomenti teorici.

Pertanto, lo studio vuole essere più che altro la segnalazione di fatti assolutamente straordinari che richiedono necessariamente una serie di approfondimenti coinvolgenti varie tipologie di approccio scientifico e metodologico, alcune delle quali hanno già permesso di realizzare “Castanea Diva” del Dr. Rainò. Senz’altro esso rappresenta una pietra miliare nell’evoluzione delle teorie biologiche applicabili alla gestione delle risorse naturali e dell’agricoltura.

I meccanismi invocati per spiegare l’accaduto nella sua straordinarietà sono, per l’Autore, non soltanto attribuibili all’intervento delle Api, che però resta l’argomento più agganciato ad un’interpretazione “abituale”, pur nella sua eccezionalità. Non sono trascurabili ipotesi sul network globale della natura, con meccanismi di trasmissione a distanza di informazioni utili, del tipo della sintonizzazione, che la metodica avrebbe posto in essere negli alberi-pilota e che l’ambiente avrebbe valorizzato come profilo evolutivo conveniente.

Pur rimanendo plausibile l’intervento delle Api, come mediatrici di una trasmissione a distanza, non possiamo trascurare tutta una serie di Studi in continuo accrescimento, ove si parla di comunicazione a distanza tra le piante, per mezzo di vari sistemi.

Senza scendere nel riferimento dettagliato, è doveroso citare almeno i nomi dei grandi pionieri che hanno consentito di identificare molti meccanismi in tal senso ed hanno aperto la pista delle investigazioni atte a provare la trasmissione per sintonizzazione delle piante a distanza: Jagadir Chandra Bose, Guglielmo Marconi, Nikola Tesla, Gustav Theodor Fechner, Cleve Backster, James Lovelock, Hans Jenny.

Ormai, oggi, si parla sempre di più di “Entanglement”: principio di non separabilità (Erwin Schrödinger, Premio Nobel per la Fisica).

Non desta nemmeno scalpore che una fittissima rete radicale diffusa anche per un ampio territorio possa rappresentare un vero e proprio network analogo a quello neuronale del sistema nervoso, con tanto di sinapsi e trasmissione di mediatori informazionali.

Pertanto, non è escluso che l’esperimento di Sicignano abbia già potuto innescare anche risposte differenziative a distanza, anche di molti chilometri, dato che le onde elettromagnetiche possono propagarsi in ambiti estesissimi con estrema coerenza di segnale, tramite l’etere, ma anche tramite la terra, l’acqua ed altri fattori.

Ovviamente, il fatto suggestivo resta che nell’area di sperimentazione di questo Studio si siano potute osservare delle modificazioni di codice fenologico che sono partite senza dubbio dagli alberi-pilota, irradiandosi perifericamente, come descritto e che tali modificazioni non erano attribuibili a nessun fattore noto di altra natura, o, almeno, prevedibile.

Il caso? E’ bene ricordare che nella teoria dell’entanglement, il caso non esiste, o, almeno non nell’accezione comune di colpo di fortuna.

Per determinare l’obiettività della situazione sul campo di osservazione, sono stati utilizzati alcuni parametri, di cui nella presente relazione si fa una sintesi discorsiva:

1) numero, dimensioni e situazione anatomo-topografica delle galle sulla vegetazione
2) caratteristiche morfologiche delle stesse e della base di impianto
3) densità foliare per unità di volume
4) caratteristiche morfologiche delle foglie e rapporto foglie sane/foglie malate
5) numero delle inflorescenze
6) caratteristiche dell’ecosistema del sottobosco

I parametri citati sono stati considerati attraverso la loro variazione lungo i raggi aerei che, dipartendosi dal centro, ove la metodica sperimentale è stata applicata, divergono verso la periferia sino a 13 chilometri all’intorno. Quindi è stata esaminata un’area che, almeno su di un asse, è estesa per circa 26 chilometri. In effetti, però, l’area non ha una forma regolarmente circolare, bensì è oblunga, distesa lungo le montagne e le pendici delle stesse, mentre si sviluppa in larghezza per molto meno.

Secondo il parere dei proprietari dei castagneti che hanno collaborato alla sperimentazione e di alcune altre persone del luogo interpellate, che frequentano abitualemente questi castagneti, da molti anni non si vedeva uno sviluppo delle felci come quello di quest’anno. In effetti, in special modo nelle aree ove il rigoglio delle chiome è stato molto pronunciato, la presenza di felci ha raggiunto livelli fittissimi, con dimensioni ragguardevoli, mentre si è notata una minore rappresentazione allontanandosi dalla aree ove il miglioramento della vegetazione degli alberi è così netto. Le felci si sviluppano fortemente in ragione dell’ombrosità dell’area , che, a sua volta, corrisponde alla fittezza della chioma degli alberi.

Nelle aree migliori, le galle non si presentavano mai lungo la struttura linfatica foliare, consentendo lo sviluppo di foglie grandi, molto verdi ed integre.

Attualmente: dopo molti anni in cui le pendici orientali degli Alburni apparivano, dalla vista di Sicignano, come un’area devastata da una grigia ed angosciante calamità naturale, quest’anno, finalmente, è possibile godere di tutta la bellezza e la vitalità tipiche di questa zona restituita adesso alla vita.

Discussione e prospettive

Il successo dell’esperimento è soltanto un esempio di come possano intetendersi il senso della malattia e le opportunità di intervenire favorevolmente ogni qualvolta, in genere, la prognosi si presenti problematica ed apparentemente senza via di uscita.

Per quanto riguarda l’agronomia, la situazione nell’area di Sicignano corrisponde a quella di moltissime altre aree sul territorio nazionale e non solo. Pertanto la soluzione della questione non riguarda soltanto Sicignano, offrendosi come una possibilità per venire incontro ai problemi che hanno costretto una florida economia alla constatazione che “non si poteva fare molto”. Alcuni principi della metodica utilizzata sono impiegati in omeopatia ed in biodinamica, entrambe a disposizione del genere umano per il miglioramento degli standard di diagnosi e terapia, nel rispetto della vita e delle Leggi di Natura.

Una scelta può condizionare anche irrimediabilmente il corso degli eventi futuri e, quando si tratta di equilibri naturali, è fondamentale l’aforisma “Primun non nocere”.

Lo studio condotto propone la questione del supportare la ricerca scientifica, non solo quella ufficiale ed universitaria, ma anche quella così detta indipendente che, non poche volte, ha offerto una mano di aiuto importante, come in questo caso.

Il modello di questa sperimentazione ripropone l’idea dell’unità della vita e delle fitte interconnessioni fra tutti gli elementi che compongono l’ecosistema, dato che, come si è reso evidente, il bosco si è comportato come se fosse una vera entità vivente unica, anche se composta da tante “cellule” (i suoi alberi, le Api, ma probabilmente anche molti altri fattori). A tal proposito, l’Autore si è già posto il problema di “rivitalizzare” l’ambiente naturale con altri sistemi ispirati alla sua ricerca, che lui pone a disposizione della Comunità istituzionale.

Sarebbe necessario, in tempo utile, clonare l’esperimento in questione su altre aree e con una diffusione tale da rendere più veloce, globale e profonda la restituzione alla libertà delle piante oppresse dalla malattia, anche per non rischiare di vanificare il successo concretamente “ottenuto in campo” con ritardi di attenzione ed altra concretezza. Lo stesso tipo di modello è stato già impiegato dal Dr. Salvatore Rainò con successo, su coltivazioni di altro genere, per esempio il grano, ma esso può anche essere impiegato in vivai ed altre situazioni simili. Altri esperimenti sono in corso, nell’ambito di altre problematiche e soprattutto esiste una grande quantità di modelli sperimentali già svolti in Laboratorio e che attendono soltanto delle opportunità di applicazione.

La biorisonanza, con riferimento alle sue implicazioni in Medicina Omeopatica, si ripropone, in accordo con una miriade di Studi in tutto il Mondo, come un modello indispensabile per la vita, il suo mantenimento ed i processi regolatori che ne consentono l’adattamento al cambiamento di situazioni.

Soprattutto, però, il presente Studio, richiama l’attenzione sulla possibilità di intervenire “diversamente” da quanto alcuni canoni abituali e scontati prevedono, i quali, lungi dal risolvere dei problemi, hanno spesso procurato al Mondo una serie di altri problemi sempre più inestricabili, anche per la salute umana, cui è volta l’attenzione, da molto tempo, dell’Autore del presente Articolo.

L’elemento di rilievo è che, senza impiegare chi sa quale intervento dall’esterno, si è riusciti evidentemente a risvegliare una forza autocratica della Natura all’interno di pochi individui-pianta, che questa forza abbia codificato per l’espressione di un fattore di resistenza naturale e che l’Ambiente non abbia esitato a diffondere, in qualunque modo, l’informazione “salvavita” per gli sconfinati castagneti in preda ad un’infestione apparentemente incontrastabile. I nessi spaziotemporali sembrano confermare i nessi causali.

L’Autore si auspica di poter realizzare un Istituto dedicato a tali argomenti, ove poter proseguire gli studi in modo più spedito e curare tutti gli aspetti che coinvolgono la Diagnosi e la Terapia in modelli biologici, applicabili ad ogni situazione, specialmente alla salute umana. In tal senso, il presente annuncio è una richiesta ufficiale di aiuto e sostegno alle Istituzioni sensibili all’argomento.

Senza escludere che il tutto possa promuovere altri cambiamenti utili e nuove situazioni lavorative!

Alcune considerazioni generali

Che cos’è l’impollinazione

Anche le piante, come gli animali, si riproducono e, per fare ciò, molte di esse, proprio come gli animali, devono fare in modo che un seme maschile venga unito ad un ovulo femminile, ovvero che avvenga la fecondazione. Nelle piante gli organi che producono i semi maschili (il polline) e gli ovuli sono localizzati nei fiori.
Nella maggior parte dei casi, il polline di una pianta si unisce con un ovulo di un’altra pianta; questa si chiama fecondazione incrociata ed è molto importante in quanto assicura una grande variabilità, dovuta al rimescolamento dei caratteri provenienti dai due genitori. Questo consente ad una specie di adattarsi meglio all’ambiente in cui vive ed ai cambiamenti che possono verificarsi.

Come è fatto un fiore?

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